Domenica, Maggio 20, 2012
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Questione di testa

arcimboldoSiamo quello che mangiamo, e fin qui tutti d’accordo. Ma la questione è un’altra: sappiamo davvero quello che mangiamo? No, il più delle volte proprio no. E a guidarci non sono fame o gola, ma lo stress. Le conseguenze dello stress, a livello fisico e psicologico, sono note: insonnia, acidità di stomaco,

occhiaie, irritabilità e chi più ne ha più ne metta. Come invece lo stress possa influire sul nostro rapporto col cibo è meno noto, ma da non sottovalutare. Quello che mangiamo, e come lo mangiamo, rispecchia il nostro stile di vita. Abbiamo poco tempo ed è impensabile passare la pausa pranzo rilassandoci per un’ora al ristorante, semplicemente mangiando un’insalata o una bistecca con verdura. Molto meglio la «barretta» o qualcosa di analogo: non ci si deve neanche alzare dalla scrivania, lascia la mano destra libera di smanettare col mouse, insomma è comoda. Ma è la scelta giusta? No, secondo un’indagine di Altroconsumo che critica i sostituti dei pasti. Innanzitutto perché sono un paradosso calorico: poche calorie per un pasto, ma troppe calorie per 100 grammi. Per non parlare della composizione, visto che la maggior parte delle barrette in commercio ha troppo zucchero, troppo sale e fornisce una quantità eccessiva di calcio e fosforo.

Per quale motivo dovremmo sostituire abitualmente un pranzo come si deve con un prodotto che toglie il piacere del cibo vero? Se qualcuno lo fa per mantenersi in forma, è un illuso. Primo, per i motivi di cui sopra. Secondo, perché i sostituti non soddisfano e si rischia di arrivare a cena con una fame boia. A meno che non si passi il pomeriggio a sgranocchiare caramelle, crackers o qualcosa nella macchinetta al piano. Con la scusa «non ho pranzato» ci si sente autorizzati a fare merenda con una schiacciatina, un pacchetto di tarallini e una brioche. Ne vale la pena? No, è evidente. Sotto sotto lo sa anche chi lo fa, se solo si ferma a riflettere. Ma non c’è tempo per fermarsi a riflettere, perché gli snack si mangiano facendo altro, magari chattando o leggendo il giornale. E si perde il conto di cosa si abbia mangiato.

Tutto questo succede quando non subentra la fame nervosa. Che è molto più complessa di quanto si creda: abbiamo fame (o voglia di sgranocchiare) perché siamo stressati oppure siamo stressati e nervosi perché abbiamo fame? Prima di tutto bisogna chiarire che, come diceva quella pubblicità, «non è fame, ma voglia di qualcosa di buono». Ambrogio non lo sapeva, ma offriva alla signora un esempio di «comfort food», categoria nella quale rientra ciò che gratifica e appaga: si sacrifica l’apporto nutrizionale equilibrato in nome del gusto e, soprattutto, della facile raggiungibilità. In altre parole: rispetto a un cioccolatino sarebbe molto meglio una coppetta di frutti di bosco, ma però devono essere lavati e preparati. Insomma anche la pigrizia ha il suo peso.

Vogliamo poi parlare delle immagini che la pubblicità propone e impone? Tutti sono belli, felici e soprattutto magri. Senza tornare su argomenti stranoti come anoressia e bulimia, c’è una nuova patologia simile a questi disturbi alimentari, ma più legata al nostro stile di vita metropolitano. Si chiama ortoressia nervosa ed è la volontà di seguire un’alimentazione salutistica portata alle estreme conseguenze. In pratica, se anoressia e bulimia si focalizzano attorno alla quantità del cibo, nel caso dell’ortoressia tutto gira attorno alla qualità: se si mangia in modo pulito, ci si sente in pace con sé stessi e aumenta l’autostima. Viceversa, ci si sente in colpa se ci si limita a mangiare quello che ci piace e non quello che è nutrizionalmente perfetto. Mangiare sano è sacrosanto, ma, in questo caso, diventa un’ossessione che influisce sulla qualità della vita, limitando persino i rapporti con gli altri.

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