Dopo i ristoranti e i negozi di abbigliamento low-cost, ecco ora i parrucchieri. Ci si può fidare o si rischia di perdere… la testa?
Certo, ci vuole un po’ di coraggio, ma, in fondo, uno shampoo e una piega non possono fare molti danni. E allora, via: scelgo un negozio che una volta vendeva
scarpe ed entro, un po’ timorosa. Nell’aria c’è odore di riso bollito. Va beh. Un bambino cinese - evidentemente figlio di una lavorante - piange disperato. Va beh anche questo, anche se come inizio non è il massimo. In un attimo, senza troppi convenevoli, sono seduta per lo shampoo. Fingo di adorare il profumo del prodotto che sta usando il ragazzo nelle cui mani sono capitata e ne chiedo la marca. Mi risponde: «Lolia». Me lo faccio ripetere e la terza volta capisco che è «L’Oréal». Ma non mi mostra il flacone. Spero solo che non sia detersivo o qualcosa che non è nato esattamente per lavare i capelli.
Fatto lo shampoo, mi siedo in una postazione, davanti a me ho uno schermo che trasmette un programma cinese, una specie di gara di ballo tra bambini, tipo Piccoli Fans, per chi se lo ricorda. Quando il ragazzo mi chiede come voglio la piega, sono sinceramente tentata di rispondere: «Senti, fammeli come vengono, basta che possa uscire di qui senza piangere!», ma poi mi ricordo che sono qui per una missione. Allora chiedo di farmeli un po’ gonfi, magari un po’ mossi, se si riesce (perché io li ho lisci come fusi). Il ragazzo, che sembra il cantante dei Tokio Hotel, parte a spazzolarmeli piatti piatti: comincio a sospettare che «gonfi» e «mossi», in cinese, vogliano dire tutt’altro. Allora cerco di comunicargli il concetto aiutandomi con i gesti, e disegno un immaginario casco di banane attorno alla mia testa.
Si vede che la cosa funziona, perché l’operazione viene rifatta da capo: mi separa i capelli con le dita e poi li sistema in ciocche, e cambia spazzola per il brushing. Il tutto viene fatto con poca delicatezza, tant’è che un paio di volte gli chiedo di essere più delicato. Una volta asciugati tutti i capelli, mette a scaldare un ferro per arricciarli. Non è proprio l’ultimo modello: spero solo che se nei prossimi minuti dovessi sentire odore di pollo bruciato, sia un pollo vero (dopo il riso bollito, sarebbe logico, no?) e non i miei poveri capelli… Invece, per mia grande fortuna, nessun danno: certo, il risultato non è quello che volevo e neanche quello che mi sarei aspettata, ma almeno la chioma è sana e salva. E anche se ho un aspetto presentabile, ringrazio il cielo di avere in borsa un fermacapelli per farmi la coda.
Tutto questo sarebbe inaccettabile in un parrucchiere normale. Dove entri e ti rilassi, ti coccolano, parlano la tua lingua e capiscono quello che chiedi, non cucinano niente nel retro, non portano i bambini e non ti propinano i loro piagnistei, non ti torturano mentre ti pettinano. E se non ti fanno come hai chiesto puoi sempre chiedere di aggiustarti senza dover subire ulteriori danni. Certo, per otto euro forse non si può chiedere di più. Ma a quel punto meglio lavarseli in casa, se non si hanno grossi problemi di piega. Ancora meglio: non c’è motivo per non pagare una manciata di euro in più e andare da un parrucchiere normale, con tutti i vantaggi di cui sopra.
Conclusione: lasciate perdere.

Commenti
grazie per averci "fatto da cavia"