Con le nuove tecniche di ringiovanimento soft, il bisturi sembra ormai uno strumento d’altri tempi. Nove italiane su dieci scelgono i trattamenti di ultima generazione e i motivi sono presto detti: il recupero è brevissimo e gli effetti collaterali sono pressoché inesistenti. Che fine sta facendo
il lifting tradizionale, allora? Il concetto stesso di lifting vacilla da un pezzo, tant’è che è stato introdotto il concetto di ribilanciamento dei volumi, il cosiddetto fat-grafting. Inoltre, negli ultimi quattro anni le richieste d’interventi si sono quasi dimezzate. Questi dati sono stati presentati al convegno «Comunicare bellezza» organizzata dall’Isplad, la più autorevole società di dermatologia plastico-estetica, e la dicono lunga su una presa di coscienza fondamentale: basta con gli stravolgimenti e con l’effetto «bambola di plastica», viva la bellezza «aiutata» ma pur sempre credibile e, comunque, vera.
Le nuove tecniche sono così numerose che è necessario fare un minimo di chiarezza. Ci sono quelle che rimangono in superficie e hanno un effetto di miglioramento in termini di uniformità, colore e idratazione. In questa categoria rientrano il peeling, la mesoterapia, la biorivitalizzazione e i fattori di crescita piastrinici. Vediamone alcuni.
Peeling: prendiamo in considerazione quello chimico, dato che quello meccanico (e i più aggressivi tra quelli chimici) sono sempre meno usati. Quando il ricambio cellulare rallenta, la pelle diventa meno luminosa, l’epidermide cambia spessore e il viso perde luminosità. Il peeling è la terapia giusta. Peraltro, il peeling fa bene a tutte le pelli: anche quelle giovani, o senza particolari necessità estetiche, dovrebbero sottoporsi a tre, cinque trattamenti l’anno, nei mesi invernali.
Il peeling agisce in due modi: stimola il ricambio cellulare epidermico e favorisce la sintesi del collagene a livello dermico. Importante è la sostanza usata: alfaidrossiacidi (glicolico, lattico, citrico), acido salicilico e Soluzione di Jessner (ottima nei peeling combinati assieme all’acido salicilico e al tricloroacetico).
Tra gli alfaidrossiacidi, il più usato ed efficace è l’acido glicolico. L’acido tricloroacetico, peeling modulabile a seconda della concentrazione chimica, è usato in genere al 15%. In genere basta un singolo trattamento per minimizzare piccole rughe e macchie. L’aspetto negativo è che richiede l’astensione dalla vita sociale per un certo periodo di tempo, visto il forte rossore col quale bisogna convivere per diversi giorni. Il costo medio dipende dalla sostanza usata: dai 150 euro circa per l’acido lattico fino ai 300 per l’acido tricloroacetico (tca), passando per i 250 euro della Soluzione di Jessner.
Altre tecniche agiscono in profondità tramite microiniezioni: sono i filler, che hanno un’azione di riempimento temporaneo delle rughe. Il più usato è a base di acido ialuronico. Conosciuto con il nome NASHA (non-animal stabilized hyaluronic acid), è versatile e si può usare in due modi, a seconda del risultato: come filler vero e proprio (e in questo caso si usa l’acido ialuronico reticolato) oppure come biostimolante (acido ialuronico libero, non reticolato).
E il controverso Botox? La tossina botulinica riduce la componente dinamica della ruga: infatti si hanno ottimi risultati, per esempio, sul solco tra le sopracciglia, che per intenderci è quello che si forma a causa della mimica facciale tipica di quando si pensa troppo. Le iniezioni di botulino sono specifiche per distendere la muscolatura del viso e spianano facilmente il tipo di ruga dinamica, ma non quella statica.
C’è poi un trattamento che abbina la chimica alla luce. È la terapia fotodinamica, conosciuta anche come PDT, che è l’acronimo del termine inglese Photo Dynamic Therapy. Utilizzata e apprezzata da anni negli USA, si sta affermando anche in Italia.
(Si ringrazia il dottor Giacomo Raineri per la consulenza)
