Un rapporto conflittuale con il corpo. Un difetto, spesso oggettivamente trascurabile, che impedisce una totale accettazione del nostro aspetto. Una fissazione che ci blocca nelle relazioni con gli altri. Problemi molto più frequenti di quanto possiamo credere, che sono all’ordine del giorno
per chi, come Mauro Trentadue, è counselor filosofico. Una professione difficile da incasellare negli schemi consueti, ma che si sta facendo rapidamente strada.
Di cosa si occupa il counseling filosofico? Cosa lo distingue dal counseling tout court?
Il counseling è una «relazione d’aiuto» in cui il cliente-consultante parla dei propri motivi di malessere a una persona che lo aiuterà a considerare sotto un'altra luce i motivi del suo disagio. Tutto ciò senza lavorare su dimensioni inconsce, come invece fa la psicologia. Il counselor accompagna il cliente in un percorso di «autosoluzione» dei suoi problemi, facendo in modo che il cliente stesso possa attivare risorse proprie e personali. In quest’ottica, la filosofia è certamente uno strumento decisivo: da Socrate in poi, infatti, ha dimostrato di prendersi cura dell’uomo, delle sue preoccupazioni e delle sue angosce. Epicuro, poi, ha sostenuto che «la parola del filosofo è vana se non serve a curare i mali dell’uomo».
Che rapporto c’è tra filosofia e benessere?
Se ne potrebbe parlare per ore. Sinteticamente, dal mio punto di vista, la filosofia è ricerca della felicità e quest’ultima non si può dare se non come pieno benessere, sotto tutti i punti di vista. Frequentare il pensiero dei filosofi ti abitua a renderti conto di come i tuoi problemi siano già stati considerati in precedenza: in questi modo, ti fa sentire meno solo e sostiene, di conseguenza, la tua autostima. Tengo poi a sottolineare che la filosofia non si esaurisce nei libri scritti, ma deve accompagnare l’esistenza, soprattutto nella vita quotidiana. La filosofia ci restituisce la libertà e ci ricorda che noi abbiamo sempre la possibilità di prendere in mano la nostra vita. Come scriveva Sartre: «Sei libero, scegli, cioè inventa».
Quali sono i problemi più frequenti legati all’aspetto fisico?
Nella mia esperienza professionale, l’insicurezza si trasforma quasi sempre in trasandatezza, in poca cura di sé. Chi non si sente a proprio agio nella propria pelle si nasconde, oppure ingrassa, smette di truccarsi. Improvvisamente, perde interesse nei confronti del modo in cui appare. È una sorta di profezia che si autoavvera: se mi vedo brutta non mi valorizzo, non mi interessa più il mio aspetto fisico e inevitabilmente appaio addirittura peggio di come mi sento. Per questo, curare il proprio aspetto ha anche un valore immediatamente terapeutico.
Sono più insicure le donne o gli uomini? C’è un’età più critica?
Di sicuro ci sono momenti più critici di altri. Ci sono snodi decisivi in ciascuna esistenza: una decisione importante, la scoperta della propria sessualità, ma anche il passaggio all’età adulta con tutte le sue implicazioni. Senza dimenticare la maternità, le crisi lavorative, che di questi tempi, si sa, sono all’ordine del giorno.
Quali consigli può dare alle lettrici?
Ricordarsi sempre della propria libertà: possiamo farne esperienza quotidiana. Non lasciamo avvenire nulla senza il nostro consenso. E ancora: impariamo a guardarci con maggiore accondiscendenza. Spesso siamo i critici più spietati di noi stessi, ingigantiamo un’inezia e soffriamo per giudizi immaginari. Torniamo a pensare a cosa vogliamo essere, piuttosto che derivare i nostri modelli comportamentali ed estetici dal bombardamento mediatico. A pensarci bene, i modelli di felicità proposti dalla televisione sono spesso inconsistenti: per esempio, è innaturale e irragionevole immaginare di sentirci a nostro agio con vestiti che ci stanno male, o con un make-up inutilmente vistoso, ma che ci imponiamo soltanto perché sono trendy. Molto meglio costruirci il nostro stile, dimostrandoci così pienamente liberi di scegliere autonomamente. Anche in questo, può esserci di aiuto la filosofia. Il pensiero contemporaneo tratta infatti della relazione che abbiamo con la corporeità: al posto di soffermarci sui nostri difetti (o presunti tali), ricordiamoci del potere che ha il nostro corpo, delle sue risorse. Concediamoci di esplorarle: un filosofo contemporaneo, Maurice Merleau-Ponty, insiste perché noi consideriamo il corpo come un «Io posso». Insomma, dobbiamo puntare su tutto quello che ci permette di fare… pur nella sua imperfezione.
Per ulteriori informazioni, Mauro Trentadue ha il suo blog personale: http://m32finisterrae.myblog.it
Oppure visitate il sito www.psicofilosofia.com
Mauro Trentadue è filosofo, counselor filosofico e insegna filosofia nelle scuole superiori, all'università e presso il centro di Psicofilosofia di Milano. È presidente dell'associazione culturale Finis Terrae (www.associazionefinisterrae.it) e ha scritto numerosi saggi, tra i quali «La gioia di esistere, l'orrore di finire», dedicato a Simone de Beauvoir. Da poco, ha pubblicato «La luce breve del dio inglese. Il pensiero di Bruce Chatwin».
